AUTORITRATTI

AUTORITRATTI

Come si può identificare una parrucchiera? attraverso i suoi capelli.

Come una parrucchiera può aiutare altre persone a identificarsi in se stesse? attraverso i loro capelli.

Con queste premesse, mi sono chiesta: come rappresentare queste circostanze? Influenzata dal fascino del mosaico e dalla miniaturizzazione che gioca da padrona nella mia produzione artistica, ho deciso di fare una serie (precisamente sessantaquattro) di autoritratti 13×8 cm disegnati con matita, carboncino oppure pennello, usando dai colori più naturali tipo terra di Siena ai colori più crazy e cangianti. Inizialmente tutti i componenti del viso erano ben definiti, poi ad un certo punto i ritratti sono diventati sempre più essenziali, fino ad arrivare addirittura a due sole forme geometriche che identificano un concio.

Tutti i ritratti li ho raccolti tenendo in considerazione alcuni punti significativi: non ho volutamente rispettato l’ordine in cui sono stati realizzati, sempre per contrastare la mia “fissa” dell’ingannare il trascorrere del tempo e anche perché, se dovevano essere rappresentativi della mia persona, dovevano per forza smarrire il senso uniforme e lineare. Tante volte mi sono chiesta: perché non ho mai pace? Perché tanto di ciò che vedo mi piace e vorrei farlo? Perché mi perdo? Inizio un percorso e mi ritrovo sempre a viaggiare divagando in mondi sconosciuti ma terribilmente affascinanti, dove trovo altre consapevolezze che mi arricchiscono, ma mi portano fuori strada. E così i miei autoritratti non volevo che avessero ordine, volevo solo che avessero consapevolezza del momento in cui sono stati concepiti. Andy Wahrol, fece anch’egli una serie di autoritratti che mise in sequenza seguendo però un concetto completamente diverso dal mio, mettendo in risalto la spersonalizzazione totale della persona. Lui, consapevole del suo periodo storico, attraverso la popart esalta l’industrializzazione di tutti i processi produttivi e la spersonalizzazione di tutti gli oggetti costruiti non più con un lavoro artigianale bensì attraverso le macchine delle fabbriche. La Pop Art – letteralmente arte popolare – prende a modello oggetti spesso banali, ma di uso quotidiano nella società dei consumi. I soggetti rappresentati sono spesso semplici beni di consumo, come le scatole di zuppa oriritratti delle stelle del cinema e di personaggi politici; per realizzarli vengono utilizzate tecniche di produzione già in uso nelle industrie, come la stampa serigrafica. Questo movimento, non unitario, affonda le sue radici nella cultura capitalista e nello spirito positivista dettato dal progresso tecnologico della società industriale occidentale. L’iconografia – realizzata da artisti come Warhol, Lichtenstein e Oldenburg – è caratterizzata dalla spersonalizzazione, dall’anonimato, dalla standardizzazione dei soggetti e dall’interpretazione della realtà come oggetto e mezzo di rappresentazione. Ciò che fa la Pop Art è quindi una cinica e ironica presa d’atto dell’omologazione e stereotipizzazione del reale e dell’appiattimento della società moderna. “Non sono molto certo del genere di messaggio sociale contenuto nella mia arte, ammesso che ve ne sia uno. Per la verità non intendo trasmettere messaggi. Non sono interessato a divulgare tematiche che insegnino qualcosa alla gente o che cerchino in qualche modo di migliorare la società…La sola ragione dei miei lavori è dimostrare come in America si manifesta la comunicazione visiva…”(R. Lichtenstein): in questa sua dichiarazione Lichtenstein esprime il bisogno di un codice di rappresentazione che si imponga per la sua banalità e per l’ampia diffusione, così il fumetto diventa in qualche modo lo strumento che gli permette di rendere questa dimensione elementare, standardizzata; documenta insomma l’appiattimento della società moderna. L’artista, aumentando le dimensioni delle vignette, isolandone un solo frammento, zoomando su di un particolare e distribuendo il colore mediante l’accostamento di puntini (come nella stampa tipografica) accresce la banalità e la futilità del messaggio.

Io invece, figlia dell’industrializzazione, cresciuta in un mondo standardizzato e uniformante, ho bisogno di recuperare una identità persa tra macchinari e microchip, che fortunatamente sono riuscita a trovare nell’arte.tratti delle stelle del cinema e di personaggi politici; per realizzarli vengono utilizzate tecniche di produzione già in uso nelle industrie, come la stampa serigrafica. Questo movimento, non unitario, affonda le sue radici nella cultura capitalista e nello spirito positivista dettato dal progresso tecnologico della società industriale occidentale. L’iconografia – realizzata da artisti come Warhol, Lichtenstein e Oldenburg – è caratterizzata dalla spersonalizzazione, dall’anonimato, dalla standardizzazione dei soggetti e dall’interpretazione della realtà come oggetto e mezzo di rappresentazione. Ciò che fa la Pop Art è quindi una cinica e ironica presa d’atto dell’omologazione e stereotipizzazione del reale e dell’appiattimento della società moderna. “Non sono molto certo del genere di messaggio sociale contenuto nella mia arte, ammesso che ve ne sia uno. Per la verità non intendo trasmettere messaggi. Non sono interessato a divulgare tematiche che insegnino qualcosa alla gente o che cerchino in qualche modo di migliorare la società…La sola ragione dei miei lavori è dimostrare come in America si manifesta la comunicazione visiva…”(R. Lichtenstein): in questa sua dichiarazione Lichtenstein esprime il bisogno di un codice di rappresentazione che si imponga per la sua banalità e per l’ampia diffusione, così il fumetto diventa in qualche modo lo strumento che gli permette di rendere questa dimensione elementare, standardizzata; documenta insomma l’appiattimento della società moderna. L’artista, aumentando le dimensioni delle vignette, isolandone un solo frammento, zoomando su di un particolare e distribuendo il colore mediante l’accostamento di puntini (come nella stampa tipografica) accresce la banalità e la futilità del messaggio.

Io invece, figlia dell’industrializzazione, cresciuta in un mondo standardizzato e uniformante, ho bisogno di recuperare una identità persa tra macchinari e microchip, che fortunatamente sono riuscita a trovare nell’arte e nel mio fantastico lavoro di parrucchiera.

2019-01-24T18:32:23+00:00